Notte straniera ad Ankor Wat

La veglia cedette il passo all’attesa, l’attesa si tramutò in bivio.  E dal bivio lo stesso passo si fece più accellerato.

Nessuna luce, nessun riflesso,

Una voce,  ora due, adesso di più , tante voci. 

Rispettose, voci silenzi, quasi assenti, un silenzio di voci, sospiri, adesso i passi.

I nostri passi taciti al bivio. La corsa all’arrivo, il desiderio crescente. Qualche labile torcia. Qualche fascio luminoso distorto.

Quella notte, quell’attesa straniera.

E aspettammo come chi è vicino alla fine, ma porta con sé la consapevolezza del nuovo imminente inizio.

Aspettammo come chi tace le verità, certo che da lì a poco miseramente si tradirà.

Aspettammo come quando arrivava il pranzo della domenica e già dal risveglio ti aggiravi in cucina furtivo a compiere il tuo misfatto al ragù. 

Aspettammo come le carpe rosse della villetta comunale attendono i pomeriggi di primavera.  Il vociare dei bimbi e le molliche di pane. 

Aspettammo come i solchi sul viso della nonna l’ultimo anno della sua giovane vita. Aspettammo a guardarci negli occhi, perché ci stavamo scrutando nei giorni.

Quei giorni ingannarono gli occhi, quegli occhi ingannarono le prospettive. 

Aspettammo come quando lui aspettava lei arrivare di corsa, dopo un viaggio infinito e ancora tante certezze in tasca. Come quelli che si amano, o dicono di farlo, e si aspettano fin quando il crederci non lascia spazio all’affanno. Fin quando l’affanno cede il posto alla resa.

La resa quella notte non era permessa, non era compresa in una vita così. Nel’involucro mondo che avevamo consapevolmente valutato, incorporato, scelto, vissuto. 
Cavalletti piantati,  obiettivi puntati, esposizioni in mutamento, matite su tela, pennelli alla mano.

Colazioni consumate di fretta, su un terreno umidiccio di lago. Piedi infangati e pensieri limpidi.  Limpidi come lo specchio che si rivelò ai nostri occhi alle prime luci del giorno.

Parole. Superflue. 

Maestoso, irriverente, austero e materno.

Li dall’altra parte del mondo, ritrovarsi in un tempio che si manifesta dalla notte per eclissarsi nella luce. Un luogo che non si arrende al tempo, alla tempesta, alla fragilità dei sentimenti.  

Un riflesso al mattino, su un cielo viola in cornice.

Un attesa appagante, un confine completo. Una fine ritrovata.

Quasi libera, quasi indiscreta, quasi completa. 
Che la completezza non è il più affabile dei desideri, non è la più bramata delle voglie.

Che l’indiscrezione è l’argine di tempo per non costringersi da parte.

Che la libertà è l’utopia di una memoria mai ricostruita. 

A renderti prigioniera è la tua stessa attitudine all’incoscienza, a renderti libera è una fine circoscritta nell’angolo di mondo che scegli.

Io di fronte a quell’angolo di mondo ho avuto la consapevolezza di aver scelto la fine giusta per me.

In una notte straniera mi guardai allo specchio.

Ad Ankor Wat, porsi il viso al sole a due occhi, per metà sul mio capo, e per metà alle mie ginocchia.  E per la prima volta, di tutte le volte che la stavo cercando, sentì la certezza di stare nel mezzo.

Nel giusto mezzo della strada che avevo scelto per me.

“La rana e lo scorpione”

Che a cambiarsi la vita ci riuscirono pure, ma scambiarsela, quello fu quasi impossibile.

A scambiarsi la vita, il tempo fece il suo gioco, e di fronte ai silenzi, l’unico esito fu un viaggio a ritroso.

Per scambiarsi una vita non bastano i giorni. Non basta bastarsi. Non basta una notte. Non basta l’amore.

Non basta sbagliare, correre e  tornare indietro. Non basta avere paura. Non basta il sapore, il gusto, il suo odore.

Che poi ad amare impara solo chi arriva a bastarsi, che poi amore è la forma più utopica di scambiarsi la vita.

Il suo gioco l’indifferenza lo fece, e se cambiarsi un tempo fu il gioco più dolce, oggi cambiarsi era il meno  affabile dei giochi.

Fu così, come in quella storia della rana e lo scorpione.

“Se ti pungo, tu muori e io annego”. “Mi perdi e ti perdo”.

Muore ogni cambiamento. Annega ogni gioco. Perché è la vita.

Lei la solita una rana. Lui il solito scorpione.

Inguaribile.

Al limite di ogni timore gettai i sassi che portavo sulle spalle, accovacciai il busto sulle ginocchia, feci uno slancio in avanti e spinsi con fatica i piedi fuori dal fango. Ogni notte la stessa storia, mi abbandonava lì come si abbandona una ladra, come si abbandona un assassino, un truffaldino. Mi abbandonava sul ciglio delle mie paure, in preda al disgusto della mia carne, al disprezzo del suo odore sulla mia pelle. Io ladra di una vita non mia, io assassina della mia identità, io truffaldina di lacrime altrui. Condannata ad un prezzo troppo caro per una così povera sopravvivenza. E quel fango così alto, così denso per la mia fragile stabilità. Uscirne fuori ogni notte, farsi spazio fra le fitte allo stomaco e le incessanti vertigini, tra un dolce e un amaro, un abbraccio ardente e un bacio glaciale, tra la voglia e il disgusto, la fibrillazione e l’apatia.

L’apatia, se fosse stata proprio l’apatia a muovere i più ardenti dei desideri? Se fosse stata l’apatia dei grigi pensieri e delle più cupe emozioni a spingerci oltre? Ma questa era la fuga, una fuga dall’apatia stessa. Una strada secondaria, la più scomoda delle scorciatoie, la più vile delle soluzioni, eppure un’inguaribile malattia.

Spesso mi sentii prigioniera dello stesso sentimento che poco a poco annientava i miei spazi, un cancro inarrestabile, un’epidemia dell’anima. Un corpo infetto per una coscienza senza corpo. Ma non è forse chi afferma di non possedere coscienza, ad esser vittima della propria coscienza stessa? Era la vittima o era il carnefice? Era il chiodo o era il martello? La falce o il terreno? Era. Esisteva. Sbagliato, malato, ingiusto, prepotente, perverso, ma c’era. E andava bene così.

 

 

 

 

Come se si potesse

Come se si potesse scegliere in amore di abbandonar le menti e i corpi.

Come se si potesse, in verità inumidire i pensieri di labili fantasie.

Come se si potesse, per mano prendersi e lasciarsi rimanendo giunti.

Come se si potesse, distanti cogliersi e non comprendersi dietro il più vigliacco dei sorrisi.

Come se si potesse, un giorno ritrovarti negli occhi suoi.

Come se si potesse, cancellar l’ossessione delle carezze sue.

Come se si potesse, illudersi. Ma illudersi si può. E se potessi illuderei anche te.

 

Oltre

Oltre noi, ho incrociato la strada, l’ho presa, l’ho persa, mi ci sono aggrappata. Oltre noi, hanno bussato alla porta, l’ho aperta, ma non c’era nessuno. Oltre noi, ho rivisto il mare, pioveva, ma c’era il sole. Oltre noi, son ritornata a dormire, ho socchiuso le palpebre, ma era già giorno. Oltre noi, ho stirato la schiena, rannicchiato le gambe e allungato una mano. Oltre noi, il cuscino gelava e il vento strillava da una finestra già chiusa. Oltre noi, hanno ribussato alla porta, l’ho aperta e c’era una storia.

Oltre te, ho scostato la tenda, ho sporcato i vetri di polvere e fiato, ho creato qualcosa ma poi ho cancellato. Oltre te, ho riletto i pensieri, ma erano vuoti e ho ripreso a suonare. Oltre te, ho restituito il mio corpo alla terra, ma era bagnata. Ho infangato i giorni di attesa, ho riacceso le luci e bramato la pace. Oltre te, hanno ribussato alla porta e c’era un sorriso. Oltre te, ho richiuso la porta, mandato via il sorriso e nascosto le voglie. Oltre te, prigioniera in una notte di fine Novembre.

Oltre me, ho ritrovato in penombra una sagoma scura. Oltre me, l’ho cercata dall’altra parte del cuore. Oltre me, hanno ribussato alla porta, c’era un pensiero, l’ho lasciato entrare. Ha fatto l’amore con le mie ossa, si è innamorato dei miei timori. Oltre me, ho arginato i brividi a quella sera di pioggia, che logorava i capelli e logorava anche noi. Oltre me, rifugio i limiti nelle possibilità, utilizzo le verità come antidoto ai rimorsi.

Oltre me, Oltre te, Oltre noi bussano alla porta ma non riescono ad entrare. Oltre e nient’altro, dove batti ogni notte ed esplodi  ogni alba.

 

Vent’anni

Erano Vent’anni che lo immaginava.

Lui-Un ragazzo qualunque

Lei-Una ragazza tra tante

4 Aprile 1998

PRIMO INCONTRO-

La luce entrava fioca dalla finestra in fondo alla stanza, una delle prime giornate di primavera sembrava finalmente proseguire senza troppi intoppi. Lo specchio rifletteva la solita immagine, quel filo di trucco per il suo pallido colorito, la mano che insoddisfatta passava sul seno consapevole che non fosse mai abbastanza cresciuto, gli stivaletti che allacciava inginocchiandosi sulla gamba destra e lo zainetto di cuoio che riempiva sempre maldestramente.

Il paese era in festa per la Pasqua ed era arrivato il momento di indossare il tanto desiderato vestito color panna che l’aspettava ogni anno in fondo all’armadio. L’ordinario filo di perle, le bianche mani e i capelli corti castani, simmetricamente pari, celavano con aria di perbenismo, la tempesta e l’inquietudine che portava dentro. Nascondeva le urla, le emozioni e la passione tra i silenzi e tra le pagine dei suoi quaderni, lì nessuno avrebbe potuto vederla “diversa”. Agli occhi del mondo era felice, e agli occhi suoi credeva di esserlo. Come si fa a sapere quando si è completamente felici se non si sa cosa sia la completa felicità?

Quella mattina  Filippo passò a prenderla alle 10.00 in punto, suonando ripetutamente il clacson dell’automobile, ormai stufo anche di quei 5 minuti in cui doveva aspettarla sotto in portone, gli stessi che un tempo gli piacevano tanto. Ma si sa, il tempo logora la pazienza, indurisce gli animi, mette in luce i difetti e conserva gli amori. Flippo le cingeva la vita, in mezzo alla gente, con un fare padrone. Era ormai tempo che la frustrazione della sua gelosia le faceva mancare il fiato. Ma non trovava il coraggio, allontanarsi da lui avrebbe significato ucciderlo, aveva lei e nessun’altro, e nonostante la sua arroganza le voleva bene. Banalmente, vigliaccamente e comodamente non trovava il coraggio.

La piazza era più affollata che mai, e la statura, bassina per i suoi 16 anni le impediva di vedere il corteo che sfilava per la via principale. Salì impacciata sul muretto della pasticceria, incurante degli sguardi contrariati di Filippo. Da lì era tutto più chiaro. E’ strano come tutto possa sembrare diverso da un’altra prospettiva. Aveva da sempre guardato lì fuori con la stessa emozione: tranquillità. L’obbiettivo era la sua tranquillità, la loro tranquillità, la tranquillità di tutti. Tranquillità era la parola che più le ripeteva sua madre <<sei tranquilla?>>, l’emozione che aveva provato i primi tempi accanto a Filippo, tranquilla doveva essere la situazione a scuola, e tranquilla doveva essere lei, in ogni luogo, in ogni momento, in ogni circostanza era richiesta TRANQUILLITA’.

Ma pochi centimetri a volte possono cambiarti la vita, e lo scoprì quella Domenica d’Aprile.

Aveva letto più volte nei suoi romanzi, tra le righe di Jane Austen, di quelle bufere improvvise che invadono l’anima, di quei sorrisi a metà che colmano la solitudine, di quegli amori inaspettati che placano le insicurezze. Ma non ci aveva mai creduto troppo a quei racconti imbastiti di parole pompose e similitudini. Per lei l’amore era sempre stato quello, una serenità in una vita tranquilla.

Quindi non è che lo capì subito che fosse amore, ciò che capì subito è che fosse bello. Ed era bello, ma davvero.

Dall’alto di quel muretto i loro occhi si incrociarono per la prima volta. Pensò di non averlo mai visto prima di allora, e si chiese cosa stesse pensando di lei. Si chiedeva sempre cosa gli altri pensassero di lei, perché per prima non riusciva a guardare se stessa. Cercava la sua immagine negli sguardi della gente e in quel momento pensò di averla trovata.

L’immagine di lui aveva la pelle bianca, come la sua e gli occhi nocciola come i suoi. Lo sguardo più profondo che l’avesse mai guardata e il sorriso più perfetto che le avesse mai sorriso. Un naso piccolo perfettamente al centro del viso, e due labbra rosse come le ciliegie di fine Luglio. Qualche riccio castano cadeva sulla fronte ampia e quella postura dritta metteva in luce le spalle larghe. Era alto e bello, era giovane e sorridente, timido e furbo, ammaliante con gli occhi e vero nei gesti. Era lì a un passo da lei, era lì oltre la folla, lì un posto tra tanti, lì inaspettato come nei libri, bello come nelle favole, vero come in quel giorno di Pasqua. Era lì, e da lì, bastarono pochi centimetri a cambiarle la vita.

INSIEME-

Non è importante, o non lo è adesso, quando e come si rincontrarono, quanto e come stettero insieme. Ciò che conta è che si amarono, e lo fecero per troppo tempo. Lei finalmente si sentiva viva, e la tranquillità le serviva solo per controllare i momenti distante da lui. Lui finalmente si sentiva vero, perché in lei trovava il modo di esprimersi al mondo.  Si amarono e si distrussero l’un l’altro. Come si ama quando si è troppo giovani, come quando si ama al momento sbagliato, come si ama quando si è troppo diversi, come si ama quando si è liberi, come si ama quando si è troppo lontani. Come quando tutto è troppo, ma ci si continua ad amare. Come quando ci si continua ad amare, ma l’amore non basta.

20 anni dopo-

Lui: un uomo qualunque

Lei: una donna tra tante

16 Agosto 2018

Tornare a casa le aveva sempre creato un certo scompenso e una certa frenesia allo stesso tempo. Quel luogo l’ha cresciuta da bimba e abbandonata da grande, quel luogo l’ha protetta per tempo e l’ha ingannata per anni. Quel luogo era l’amore di un’infanzia felice, era l’odio di una fuga senza futuro. Era tutto e niente, bello ma brutto, lontano ma vicino ai suoi pensieri. Ad Agosto quel luogo si colorava di vita, e ogni estate da ragazza le piaceva ritornarci almeno per qualche settimana per rivedere il mare, riabbracciare la famiglia e i pochi amici che ancora erano rimasti. Era qualche anno ormai che non ci tornavano più, Alessandro aveva solo due settimane di ferie, e sia lui che i bambini preferivano trascorrerle nella casa a Fregene, << Qui è più comodo, i bambini hanno le loro amicizie e siamo a un passo da casa, per qualsiasi esigenza>>, le ripeteva sempre il marito. E infondo aveva ragione, Alessandro ha sempre avuto quel pizzico di saggezza in più che mancava a lei, l’aveva completata nel tempo, resa felice, era stato l’amore giusto al momento perfetto, l’amore che l’avrebbe rafforzata e non distrutta, lui era l’amore sicuro e l’aveva rimessa in vita come nessun altro era riuscito prima di allora. Alessandro era stato la speranza dopo troppo tempo, e l’uomo della sua vita nel tempo.

Fu lui a proporle di scendere in Calabria quell’estate, le disse che era dalla nascita di Simone che non passavano più le vacanze estive dai suoi genitori, e che Amelie aveva ormai 2 anni e le avrebbe fatto bene un po’ d’aria del Sud, per lei sarebbe stata la prima volta.

La proposta la colpì parecchio, lui non amava spostarsi d’estate, ma amava lei. La amava e avrebbe fatto qualsiasi cosa per vederla contenta. Quell’estate in Calabria sarebbe stata la soluzione a tutti i problemi che aveva avuto ultimamente sul lavoro, Alessandro lo sapeva, e non desiderava nient’altro che la sua felicità.

La prima settimana trascorse tra bagni al mare, passeggiate in paese e cene con vecchi amici. Sembrava che non fosse cambiato nulla, ogni cosa era al suo posto, gli stessi volti, le stesse voci, gli stessi odori. Il tempo in quel luogo si era fermato e finalmente era arrivato il momento di fermarsi anche per lei, ancora per un po’. Amelie amava il mare, giocava coi granelli che le si infilavano tra le dita cicciotte dei piedi. Simone tutte le mattine si svegliava presto per correre da Matteo a giocare a pallone. Sembrava che la distanza non avesse influito affatto sul rapporto tra i due cugini. Era così strano passeggiare con Alessandro negli stessi luoghi di un tempo, gli stessi luoghi che l’avevano vista diventare donna, soffrire, ridere e amarsi.

Quel pomeriggio il caldo non lasciava spazio al respiro. Preferì non svegliare Alessandro che riposava come ogni giorno dopo pranzo, e Amelie era al mare coi nonni. Era un giorno di festa per il paese, e aveva promesso a Simone che avrebbero fatto un giro per le bancarelle che popolavano le vie del centro. Simone ormai da diverse sere passava ore di fronte alla bancarella delle tartarughe, aveva stretto amicizia con una di esse, tanto da dargli un nome. Quale occasione migliore per farsela comprare dalla Mamma?

Lei indossò l’abito panna di seta leggera, lo specchio rifletteva un’immagine diversa adesso, ma lei ci vedeva sempre la stessa bimba di allora. Quel filo di trucco per il suo viso poco abbronzato, la mano che insoddisfatta passava sul seno, i sandali argento che allacciava inginocchiandosi sulla gamba destra e la borsa firmata che riempiva sempre maldestramente. I lunghi boccoli le cadevano sulle spalle e nonostante non riuscisse a vederlo lo specchio adesso rifletteva una donna.

Teneva stretto Simone per la mano destra, che le tirava il braccio, impaziente di arrivare alle tartarughe. Una volta arrivati, il piccolo incominciò a osservarle, con le mani poggiate sulle grandi vasche e il viso vicino ai vetri. Non era solo, un bimbo forse qualche anno più grande pregava la madre di poter comprare una delle tartarughe della vasca. La signora era una bella donna, sui 30 anni, dai lunghi capelli castani e la pelle abbronzata. Ripeteva al figlio che non avrebbero potuto portare la tartaruga così lontano, sarebbero dovuti ritornare a Torino tra qualche giorno e sarebbe stato impossibile portarla con loro. Il piccolo incominciò a strillare, quando una mano lo afferrò per le spalle, prendendolo in braccio.

Lei alzò gli occhi e lo vide.

Erano vent’anni che immaginava quel momento, vent’anni che prima di ogni estate e prima di ogni Natale pensava che forse stavolta l’avrebbe incontrato, vent’anni che per ogni estate e per ogni Natale si domandava lui dove sarebbe stato, cosa avrebbe fatto, come sarebbe stato, con chi l’avrebbe trascorso. Vent’anni che prima di uscire di casa aveva il pensiero di poterlo incontrare, perché il mondo è grande, ma non si sa mai, si ripeteva stupidamente. Vent’anni che immaginava di rincontrarlo al mare ,di vederlo passare a un incrocio. Vent’anni che ogni sera tornando a casa, immaginava di trovarlo sotto il portone, magari non ad aspettare lei, ma a passare di li. Vent’anni che fantasticava su cose improbabili e su avvenimenti impossibili ,ma, era stato lui a insegnarle che sono le cose impossibili a tenerci vivi. Così lei si sentiva viva nella sua impossibilità, libera da ogni speranza, ma viva nel cuore. Era ormai radicato in lei e aveva imparato a convivere con la sua presenza. Non l’amava, ma era nella sua vita, come lo erano le notti e i risvegli, era nella sua vita al pari dell’acqua, delle mani dei suoi bambini e del bacio di suo marito. Era nella sua vita come ogni singolo pensiero quotidiano. Si chiedeva se ogni tanto anche lui la pensasse così. Erano vent’anni che rincorreva i suoi movimenti e raccoglieva le poche informazioni confuse. Aveva saputo che si era sposato e che da tempo aveva lasciato il paese, per la vita che desiderava da sempre.

Erano vent’anni che cercava di spegnerlo per dedicarsi alla sua realtà, ma lo rincontrava in qualche sogno o in qualche vecchia foto. Immaginava i bimbi mai avuti con lui, trattenendo il senso di colpa che le stringeva il petto. Lo aspettò in milioni di altri amori per smettere di aspettarlo, e cercò il suo sguardo in milioni di altri occhi per smettere di desiderarlo. Ma sapeva che sarebbe stata felice anche senza di lui, perché se così non fosse stato non avrebbe potuto sopportare quella distanza. Sapeva che l’amore non basta e che esistono tanti tipi d’amore. Sapeva che il tempo l’avrebbe sbiadito e mescolato ai giorni. Sapeva che i giorni avrebbero trovato un senso col tempo.

Ma adesso lui era lì e probabilmente non ricordava nemmeno il loro primo incontro. Ma lei aveva ben chiaro quell’attimo.

L’immagine di lui aveva la pelle bianca, come la sua e gli occhi nocciola come i suoi. Lo sguardo più profondo che l’avesse mai guardata e il sorriso più perfetto che le avesse mai sorriso. Un naso piccolo perfettamente al centro del viso, e due labbra rosse come le ciliegie di fine Luglio. Qualche riccio castano cadeva sulla fronte ampia e quella postura dritta metteva in luce le spalle larghe. Era alto e bello, timido e furbo, ammaliante con gli occhi e vero nei gesti. Era lì a un passo da lei, lì un posto tra tanti, lì inaspettato come nei libri, bello come nelle favole, vero come in quel giorno d’Agosto. Era lì, ed era un uomo.

Perché l’amore si nasconde tra le pieghe del cuore, e quando pensi sia andato via, quando credi di esser stata più forte, di poter gettare le armi ,lui riaffiora più potente di prima. Chi si ama una volta, ritroverà per sempre un po’ di amore in un qualche angolo nascosto, chi si ama una volta ritroverà per sempre quello sguardo in una qualche strada di periferia, chi si ama una volta si ritroverà sempre tra i pensieri di una giornata lenta, sempre tra le pagine di un quaderno dimenticato. Si ritroverà sempre e avrà piacere nel farlo, perché chi si ama una volta, un po’ si ama per sempre.

Il piccolo aveva smesso di piangere, Simone giocava ancora con le tartarughe, la moglie si era distratta alla bancarella delle collane.

Restarono così, sospesi tra i ricordi in un silenzio infinito. Chiedendosi quanto fosse costata la felicità, e come avessero fatto a non guardarsi negli occhi per tutto quel tempo. Restarono così osservando i loro corpi sfiniti dagli anni, e immaginando un finale diverso che oggi era solo da immaginare. Vent’anni dopo, come chi si ama nel tempo e nel tempo si vede svanire.

Notti in cui non sai dormire

Era convinta che per ogni buio esistesse un margine di falsa inquietudine.

Perché l’inquietudine si innesta tra le pieghe della notte, ma ogni notte ha impresso un qualsiasi bel pensiero. Sarebbe stato quel bel pensiero a salvarla, la salvezza di ogni insonnia, la salvezza di ogni inquietudine da smascherare.

Era un piacere caldo alla pancia, la sicurezza di coprirsi ogni notte con quel bel pensiero. Ma anche lei lo sapeva che non sarebbe durato per sempre.

Tra la gioia e la paura, la seconda ha sempre prevalso sulla sua insicurezza imperfetta.

Ma ci sono notti in cui non sai dormire, e giorni in cui non sai pensare. Notti in cui la rabbia ti fa stare in piedi, giorni in cui l’incertezza ti costringe a letto.

Ma lei sapeva anche questo, sapeva di essere impotente di fronte alle emozioni, e sapeva che solo quel bel pensiero l’avrebbe salvata. Perché i pensieri non sono emozioni, ma le emozioni sono paure, o almeno per lei era così.

Quindi non è che lo amasse, l’amore è un’emozione, e non è che lo detestasse,anche questa sarebbe stata emozione, non gli era indifferente, semplicemente si accontentava di un bel pensiero. Senza emozioni, senza paure, non senza pensieri.

Quanto basta preservarsi dalle emozioni, per non stupirsi di fronte a un’assenza? La realtà è che non basta.

I giorni di assenza, i giorni di assenzio scandivano il tempo, sentiva le voci lontane, di un’assenza che non distrugge ma costruisce una consapevolezza. Assenza tagliente, silente, perfetta.

Sentiva che non sarebbe bastato farsi male, non sarebbe bastato assecondare il desiderio di notte e il cuore di giorno. Avrebbe dovuto allontanarsi, sarebbe stato più bello.

Avrebbe dovuto pensarla, sarebbe stato difficile, piangere , sarebbe stato giusto, avrebbe dovuto guardare indietro, aspettarla, esattamente impossibile.

E avrebbe voluto gridare quale fosse l’unico modo per non provare emozioni, ma nello stesso attimo si accorse lei stessa di essere l’emozione più forte. E non esisteva paura, non esisteva pensiero, perché bisogna inginocchiarsi alle fragilità per guardarsi negli occhi. Era questo l’unico modo. Soltanto questo.

Lo spogliò, e si spogliò dalle certezze, lo ferì, e si ferì di desiderio, e lo fece prima che tornasse a casa. Lo sognò ogni tanto, e lo pensò di rado. Respinse le bellezze e raccolse l’amaro del suo essere, Perché l’amaro era l’unico rimedio a un’amore. E amore non fu!

Avrebbe dovuto forzatamente ascoltarla, nelle parole scomposte, prenderla tra le fragilità di una giornata, stringerla tra le urla li fuori.

Ma solo lei sapeva quanto può distruggere stringersi, quando ci si stringe da già distrutti.