Al limite di ogni timore gettai i sassi che portavo sulle spalle, accovacciai il busto sulle ginocchia, feci uno slancio in avanti e spinsi con fatica i piedi fuori dal fango. Ogni notte la stessa storia, mi abbandonava lì come si abbandona una ladra, come si abbandona un assassino, un truffaldino. Mi abbandonava sul ciglio delle mie paure, in preda al disgusto della mia carne, al disprezzo del suo odore sulla mia pelle. Io ladra di una vita non mia, io assassina della mia identità, io truffaldina di lacrime altrui. Condannata ad un prezzo troppo caro per una così povera sopravvivenza. E quel fango così alto, così denso per la mia fragile stabilità. Uscirne fuori ogni notte, farsi spazio fra le fitte allo stomaco e le incessanti vertigini, tra un dolce e un amaro, un abbraccio ardente e un bacio glaciale, tra la voglia e il disgusto, la fibrillazione e l’apatia.

L’apatia, se fosse stata proprio l’apatia a muovere i più ardenti dei desideri? Se fosse stata l’apatia dei grigi pensieri e delle più cupe emozioni a spingerci oltre? Ma questa era la fuga, una fuga dall’apatia stessa. Una strada secondaria, la più scomoda delle scorciatoie, la più vile delle soluzioni, eppure un’inguaribile malattia.

Spesso mi sentii prigioniera dello stesso sentimento che poco a poco annientava i miei spazi, un cancro inarrestabile, un’epidemia dell’anima. Un corpo infetto per una coscienza senza corpo. Ma non è forse chi afferma di non possedere coscienza, ad esser vittima della propria coscienza stessa? Era la vittima o era il carnefice? Era il chiodo o era il martello? La falce o il terreno? Era. Esisteva. Sbagliato, malato, ingiusto, prepotente, perverso, ma c’era. E andava bene così.

 

 

 

 

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