Notte straniera ad Ankor Wat

La veglia cedette il passo all’attesa, l’attesa si tramutò in bivio.  E dal bivio lo stesso passo si fece più accellerato.

Nessuna luce, nessun riflesso,

Una voce,  ora due, adesso di più , tante voci. 

Rispettose, voci silenzi, quasi assenti, un silenzio di voci, sospiri, adesso i passi.

I nostri passi taciti al bivio. La corsa all’arrivo, il desiderio crescente. Qualche labile torcia. Qualche fascio luminoso distorto.

Quella notte, quell’attesa straniera.

E aspettammo come chi è vicino alla fine, ma porta con sé la consapevolezza del nuovo imminente inizio.

Aspettammo come chi tace le verità, certo che da lì a poco miseramente si tradirà.

Aspettammo come quando arrivava il pranzo della domenica e già dal risveglio ti aggiravi in cucina furtivo a compiere il tuo misfatto al ragù. 

Aspettammo come le carpe rosse della villetta comunale attendono i pomeriggi di primavera.  Il vociare dei bimbi e le molliche di pane. 

Aspettammo come i solchi sul viso della nonna l’ultimo anno della sua giovane vita. Aspettammo a guardarci negli occhi, perché ci stavamo scrutando nei giorni.

Quei giorni ingannarono gli occhi, quegli occhi ingannarono le prospettive. 

Aspettammo come quando lui aspettava lei arrivare di corsa, dopo un viaggio infinito e ancora tante certezze in tasca. Come quelli che si amano, o dicono di farlo, e si aspettano fin quando il crederci non lascia spazio all’affanno. Fin quando l’affanno cede il posto alla resa.

La resa quella notte non era permessa, non era compresa in una vita così. Nel’involucro mondo che avevamo consapevolmente valutato, incorporato, scelto, vissuto. 
Cavalletti piantati,  obiettivi puntati, esposizioni in mutamento, matite su tela, pennelli alla mano.

Colazioni consumate di fretta, su un terreno umidiccio di lago. Piedi infangati e pensieri limpidi.  Limpidi come lo specchio che si rivelò ai nostri occhi alle prime luci del giorno.

Parole. Superflue. 

Maestoso, irriverente, austero e materno.

Li dall’altra parte del mondo, ritrovarsi in un tempio che si manifesta dalla notte per eclissarsi nella luce. Un luogo che non si arrende al tempo, alla tempesta, alla fragilità dei sentimenti.  

Un riflesso al mattino, su un cielo viola in cornice.

Un attesa appagante, un confine completo. Una fine ritrovata.

Quasi libera, quasi indiscreta, quasi completa. 
Che la completezza non è il più affabile dei desideri, non è la più bramata delle voglie.

Che l’indiscrezione è l’argine di tempo per non costringersi da parte.

Che la libertà è l’utopia di una memoria mai ricostruita. 

A renderti prigioniera è la tua stessa attitudine all’incoscienza, a renderti libera è una fine circoscritta nell’angolo di mondo che scegli.

Io di fronte a quell’angolo di mondo ho avuto la consapevolezza di aver scelto la fine giusta per me.

In una notte straniera mi guardai allo specchio.

Ad Ankor Wat, porsi il viso al sole a due occhi, per metà sul mio capo, e per metà alle mie ginocchia.  E per la prima volta, di tutte le volte che la stavo cercando, sentì la certezza di stare nel mezzo.

Nel giusto mezzo della strada che avevo scelto per me.

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